CAPITOLO 8

 

Vie d’uscita

 

“Il primo passo non ti porterà dove vuoi andare, ma ti porta via da dove sei.”

-A. Jodorowsky.

 

Capita a ciascuno di noi, nel corso della propria esistenza, di affrontare delle complicazioni.

La capacità di risolverle per alcuni è innata, per altri invece pare non sia così, persino per coloro ai quali tutto sembra scivolare addosso. Molte persone si occupano con fatica della gestione e risoluzione di alcune problematiche, che si tratti di questioni gravi o di piccole difficoltà quotidiane. Ognuno di noi ha la propria cassetta degli attrezzi e può capitare, anche una sola volta nella vita, di non essere in grado di affrontare una situazione. Vietato parlare di fallimento: è giusto e normale non essere sempre in possesso degli strumenti più adatti e funzionali; ma poi, in fin dei conti, cos’è realmente un problema? Un problema è un quesito che attende una soluzione con una propria, precisa e importantissima collocazione spazio-temporale: ciò che oggi è un problema potrebbe non esserlo stato in passato e potrebbe non esserlo più in futuro e questo gioca molto a nostro favore.

In base a questa stessa collocazione, un problema rappresenta tutto ciò che in un determinato momento della propria vita destabilizza il nostro equilibrio e benessere perché si interpone tra noi e i nostri obiettivi; è tutto ciò che presenta ostacoli, difficoltà, inconvenienti che siamo chiamati ad affrontare e che richiede adattamento o comunque l’adozione di un comportamento particolare, aprendo così, spesso e volentieri, la strada all’idea di un processo di cambiamento.

 

Ogni essere umano in base al proprio carattere, temperamento e conseguenti esperienze di vita, sviluppa degli automatismi cioè atteggiamenti automatici nei confronti di cose, persone, fatti ed eventi tra cui quelli problematici, compresa la loro gestione ed eventuale risoluzione.

 

La scoperta più straordinaria è, secondo me, l’idea per cui molte volte un problema non esiste in quanto tale così come da noi percepito; spesso, siamo noi stessi, a causa di processi cognitivi e non solo, a trasformare delle situazioni in eventi problematici: ciò accade perché adottiamo atteggiamenti che non sono adatti alla gestione funzionale di particolari eventi.

 

Il paradosso del Lampione:

 

“Sotto un lampione c’è un ubriaco che sta cercando qualcosa. Si avvicina un poliziotto e gli chiede che cosa abbia perduto. ‘La mia chiave’, risponde l’uomo, ed entrambi si mettono a cercarla. Dopo aver guardato a lungo, il poliziotto chiede all’uomo ubriaco se è proprio sicuro di averla persa lì. L’altro risponde: ‘No, non qui, là dietro; solo che là è troppo buio’.”

 

Tratta da “Istruzioni per rendersi infelici” di Paul Watzlawick

Paul Watzlawick, psicologo austriaco specializzato nella tematica del cambiamento, ci spiega 3 modalità di costruzione del problema: se non è sempre possibile risolvere situazioni problematiche, quest’analisi ci spiega come evitare di crearne degli ulteriori attraverso le nostre stesse azioni.

 

Sindrome da utopia: incaponirsi e fissarsi nel voler risolvere qualcosa che per sua natura non può essere risolta; pensiamo alle relazioni sentimentali o a tutte le situazioni che si basano su un “dovrebbe essere così” come a definire uno stato ottimale di esistenza che in qualità di pura utopia, per fortuna, non esiste. Pretendiamo di cambiare qualcosa che per sua natura è immodificabile;

Sottovalutare un problema negandone l’esistenza o rifiutandosi di affrontarlo: porta a svantaggi addirittura maggiori rispetto a quelli che porterebbe inevitabilmente la presa di coscienza di qualsiasi problema. I problemi umani hanno una caratteristica fondamentale per cui se non vengono affrontati tendono ad aumentare, creano una zona d’ombra che a furia di essere rinnegata resta lì coinvolta in un circolo vizioso che si alimenta sempre di più e finisce per inquinare la qualità dei nostri pensieri e schemi mentali e/o comportamentali;

Continuare a mettere in atto tentativi di risoluzioni che si sono mostrati funzionali in passato ma fallimentari al momento presente e che non hanno portato a nessun tipo di cambiamento.

Di fronte alle sfide che la vita ci presenta, siamo troppo spesso prigionieri dei “lampioni” che abbiamo in testa ovvero di tutte quelle soluzioni che abbiamo adottato in passato con successo e che continuiamo a riproporre per qualsiasi problema fino a ripetere azioni sbagliate ma familiari, piuttosto che provare strade nuove.

 

Provare nuove alternative è difficile, ci costa troppa fatica e tanto coraggio. Siamo spesso consapevoli che non troveremo la “chiave” dei nostri problemi laddove la stiamo cercando, eppure preferiamo “rifugiarci” sotto la calda luce dei nostri lampioni piuttosto che iniziare a cercare nuove soluzioni, magari più efficaci, nel buio di ciò che è nuovo e sconosciuto. Allora il primo passo è porsi una semplice e fondamentale domanda: esiste un’alternativa? La risposta è si, assolutamente si.

 

Labirinti mentali e vie d’uscita.

La nostra mente funziona attraverso una logica non lineare, una struttura paradossale molto efficace anche nella gestione e risoluzione di problemi altrimenti (apparentemente) senza via d’uscita; è una logica definibile come “ridefinizione in positivo” di cose ed eventi, un po’ la storia del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, per capirci.

 

Una prescrizione paradossale è dunque una logica che ci permette di sviluppare un atteggiamento mentale per cui si riesce, con più facilità, a cogliere nella realtà (o meglio, in ciò che noi intendiamo per realtà) la sua parte più funzionale: la possibilità di adottare un punto di vista alternativo e strategico ma soprattutto positivo.

 

Sviluppo del pensiero laterale: alternative strategiche.

 

Spesso abbiamo l’assoluta capacità di superare limiti ma non lo sappiamo, considerando il fatto che molte volte siamo noi stessi ad autolimitarci: occorre sviluppare la capacità di uscire fuori dagli schemi.

 

Un esempio pratico?

 

Il Problema dei nove punti di Paul Watzlawick: l’obiettivo da raggiungere è congiungere tutti i 9 punti con un massimo di 4 linee e senza mai staccare la penna dal foglio.

Difficile vero? Soggetti a processi cognitivi, percettivi e tanti altri, a primo impatto abbiamo subito pensato ad un quadrato perché tendiamo inevitabilmente a classificare tutto tramite processi di categorizzazione e insight automatici (insight, letteralmente “visione interna”, è un termine di origine inglese usato nella psicologia della Gestalt e definisce il concetto di “intuizione”, nella forma immediata; consiste nella comprensione improvvisa e istantanea della strategia utile ad arrivare alla soluzione di un problema come il risultato di una ristrutturazione degli elementi del problema).

Dunque abbiamo immaginato un quadrato e abbiamo pensato di doverci e poterci muovere solo ed esclusivamente all’interno della figura e dei suoi bordi, bordi che in realtà non esistono, non sono mai stati menzionati, nemmeno nella consegna. Quindi, la possibilità di unire tutti i punti c’è ma si palesa solo adottando un punto di vista alternativo; continuando ad immaginare il quadrato non saremmo mai arrivati alla soluzione: l’unico modo per risolvere “l’enigma” è uscire fuori dagli schemi adottando un punto di vista completamente diverso da quello che adottiamo automaticamente.

 

Ricordiamo sempre che non esistono schemi, leggi e limiti fissi ed immutabili, esistono sempre invece possibili alternative e vie d’uscita: essere vivi significa avere l’opportunità di FARE, tentare e riprovare.

 

Spesso, quello che maggiormente conta è INIZIARE.

 

“Fate il primo passo con fiducia. Non è necessario vedere tutta la scala, basta salire il primo gradino.”

(Martin Luther King)

 

 

 

Conoscere per crescere. Con affetto.

 

 

 

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Dott.ssa Simona Remino, Psicologa

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